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15/07/2019, 01:38

Cambiamento



I-lividi-del-tempo


 



Era un freddo Sabato sera di Novembre quando mio padre morì.
Vittima del suo alcolismo e del consenso di mia madre, era stato dimenticato da tutti quando lo ritrovarono nel fiume e non seppero riconoscerlo.
Andai io, avevo tredici anni, mia madre soffriva di cuore e non volle recarsi all’obitorio per dover affrontare un dolore che non le competeva più da anni.
Non mi permise di piangere troppo al funerale, dovevo vivere il dolore in silenzio. Contavano più i bisbigli degli altri che le espressioni del mio animo.
Eppure piansi ugualmente e, quando si rese conto che le sue occhiatacce erano superflue, si limitò a sospirare. Dopotutto, era comunque mio padre.
Mi rimboccai le maniche e crebbi più velocemente di quanto mi fosse dovuto ma meno di quanto mi fosse richiesto.
A quindici anni sapevo gestire la cassa della salumeria dei miei nonni e servire i clienti con una cordialità che nessuno mi aveva insegnato.
Continuai a ridere e mi rifiutai di indossare il lutto che a mia madre sembrava stare così bene addosso. Si lasciò compatire dalle donne del paese per mesi; lei fingeva di rimpiangere un uomo che non aveva mai amato, io imparavo a carezzarle la schiena fingendo di crederle. Era il tacito accordo che avevamo stretto affinché nessuna delle due svelasse le verità dell’altra. Non mi sottrassi mai a nessuno dei suoi ordini e portai avanti la mia vita e la sua, nonostante rappresentassi, per lei, il figlio maschio mancato e la figlia deludente e senza marito.
Quando a cinquantasei anni un infarto se la portò via, piansi meno. Fra i veli neri di quel secondo silenzio, mi sentii libera.
Scappai.
Vendetti la salumeria che ormai avevo ereditato e lasciai il paese a sparlare della mia sfrontatezza. A quasi trent’anni con due genitori defunti tu non puoi lasciare la Sicilia. Hai dei doveri: il cimitero la domenica, il trigesimo della morte e la messa dell’anno. Fui egoista per una volta nella mia vita e abbandonai sia gli insegnamenti austeri di mia madre che le chiacchiere pungenti delle matrone.
Vivendo, negli anni successivi, rividi lo sguardo spento di mio padre e gli occhi severi di mia madre in tante persone che incontrai. Seppi interpretare il mondo tramite i miei lividi, evitando chiunque mi ricordasse troppo il mio passato.
Non stavo fuggendo più da nessuno, però volevo vivere il mio tempo senza il peso dei rimorsi del mio nome.
Riuscii a crearmi una bella famiglia, mio marito indossava i sorrisi che io avevo perso negli anni e i miei figli la fragile ingenuità che a me non era mai stata concessa. Li crebbi bene, tutto sommato.
Tornai in Sicilia, quando fui pronta, per mostrare loro dove ero nata e le tombe dei loro nonni. S’innamorarono della terra che io avevo imparato ad odiare ma che mi era sempre mancata da morire. Osservando le foto sulle lapidi, mi guardarono curiosi. 
«Mamma assomigli tanto a tuo papà!» disse Tommaso, che portava il suo nome.
Ma hai gli stessi occhi della nonna.» aggiunse Teresa, guardandomi seria e pensierosa.
Mia madre aveva gli occhi color ghiaccio, i miei erano cerulei. La foto non poteva permettere di carpire questa sottile differenza, ma capii che mia figlia aveva colto altro: qualcosa che a me era sempre sfuggito.
Li abbracciai entrambi e piansi, in silenzio, di un dolore cosciente.
Baciai il volto di mia madre, poi quello di mio padre e accettai quel perdono, che chiesi a mia volta, per quella parte di mondo da cui non mi ero mai sentita amata ma a cui, alla fine, ero sempre appartenuta.

Francesco Lisbona


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