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24/06/2019, 09:30

Violenza



L’ultimo-Volo


 1^ Pubblicazione Narrativa - Violenza



È instancabile la fiducia che alcuni giovani ripongono nel proprio tempo. Forti della convinzione di conoscere la realtà oltre ogni possibile esperienza, fuggono la morte e la sua idea così come si fugge la vecchiaia quando essa è solo un’immagine riflessa nel volto di chi popola il resto del mondo. Alle volte accade, però, che il desiderio di sentirsi grandi sia più forte della paura o del pericolo. La nostra storia inizia e finisce una fredda serata di novembre, uno di quei soliti sabati, in cui si passa il tempo a cercare da bere fra un bicchiere di neve e un caffè come si deve, come cantava Mimì. Andrea era seduto su una scricchiolante sedia di un bar all’aperto, eretta a trono di chi sente la responsabilità di uno scettro che ha il peso del coraggio. Volti gli passavano davanti indifferenti e a lui sembrava di avere più anni di quel che dimostrava.                     
Era eternamente giovane ed eternamente felice. Quando lo sconosciuto si avvicinò con passo fermo e aria di sfida, lui rimase impassibile; i suoi compagni, al contrario, si alzarono di scatto. Sembravano i cavalieri di Artù, pronti a difendere il re. Lo sconosciuto parve pensarlo e, con un sorriso sardonico, tirò fuori un coltello a serramanico, mostrando la retroguardia alle sue spalle. Lo riconobbero, non era più uno sconosciuto. Il ragazzo dal fascino strano, quasi maligno, si tolse gli occhiali da sole, indossati nonostante fosse notte fonda, e sferrò fendenti senza esitare. Quasi meccanicamente iniziò una rissa e quando Andrea cercò di scappare, incapace di capire cosa stesse succedendo, fu colpito anche lui da due colpi: uno sulla spalla sinistra e un altro sulla gamba. Sentì un dolore mai provato e pensò a sua madre, alle raccomandazioni che gli impartiva ogniqualvolta usciva di casa, affinché non tornasse tardi, affinché stesse attento. A quell’attenzione lui non aveva dato mai molto peso. "Le disgrazie sono le esagerazioni di chi necessita di fare notizia" pensava. I lampioni stavano perdendo il loro colore, gli occhi si offuscavano sempre più. Gli parve di sentire il volo degli uccelli e capì che quello sarebbe stato il suo ultimo volo. Da bambino aveva sempre creduto che la capacità di volare non fosse così impossibile da apprendere, ora che ne percepiva la concretezza aveva paura.                       
Cosa avrebbe pensato suo padre? Non lo sapeva, eppure ora sarebbe rimasto giovane per sempre, anche se c’era qualcosa di sbagliato, ma non ebbe modo di accorgersene e lasciò a quell’indomabile stanchezza la possibilità di prevalere.            
Sarebbe morto poco dopo in ambulanza, inseguito dalle urla di chi l’aveva visto a terra esanime col cuore in gola e la mente vuota. Il ragazzo che l’aveva ucciso era poco più grande di lui, a spingerlo verso quel gesto non era stata un’offesa, piuttosto il gusto di voler conoscere il rischio con una birra di troppo. Si era sentito deriso da occhi che aveva la convinzione lo guardassero. Voleva spaventare ed era riuscito a terrorizzare solo se stesso, come accade spesso a chi la paura non l’ha davvero conosciuta e, una volta indossata come abito da sera, si trasforma nell’ombra della macchia che avrebbe portato per sempre. Si costituì l’indomani, mentre nella scuola di Andrea orecchie attente ascoltavano il discorso di una preside commossa.
«La morte è negazione della vita e, se questa giunge nel fiore degli anni di un ragazzo di appena diciotto anni, dobbiamo riflettere su cosa stiamo sbagliando e capire quali sono i nostri errori e quali le nostre debolezze. C’è bisogno che qualcosa cambi, eppure credo che l’errore sia anche nostro, di noi genitori che abbiamo dimenticato di essere stati figli e abbiamo condizionato il vostro futuro con le nostre assenze. La morte di Andrea segni un nuovo inizio, in cui la violenza sia combattuta dalla conoscenza e dal dialogo. Stanotte abbiamo perso un amico, un ragazzo gentile e onesto. Facciamo della fragilità di oggi la forza di domani.»             
Un inquietante silenzio piombò nella scuola. Il dolore e lo strazio proseguirono nei giorni successivi, quando ancora riecheggiavano le voci di chi aveva smesso di urlare. Perché, alla fine, Andrea è stato ucciso anche da chi non ha saputo preservarlo, dalla mancanza di giudizio di figli incoscienti e famiglie distrutte, da chi ha giocato a essere uomo senza prima aver imparato cosa significasse essere umano.

Francesco Lisbona


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