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Poetica

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Questa sezione sarà dedicata alla poesia.

La scelta di affiancare la poetica alla narrativa nasce dal fatto che troppo spesso il mondo dei versi e della metrica è stato esulato dai più, soprattutto in Italia, perché considerato per pochi. Contestualizzandole a brani, video e spiegazioni, ci auguriamo siano di più facile comprensione o che siano avvicinabili anche per coloro che normalmente vedono la poesia come un mondo poco adatto a sé o alla propria interiorità.

Le tematiche saranno le stesse che caratterizzeranno la settimana di riferimento.

Perché se è vero, come affermava la Merini, che i poeti sono molto più sensibili delle persone normali e per questo soffrono molto di più, è altrettanto vero che fare di questa sofferenza un fuoco può dare all’umanità chiavi di lettura differenti ma importanti.

“Che cos’è un poeta? Un uomo infelice che nasconde profonde sofferenze nel cuore, ma le cui labbra sono fatte in modo che se il sospiro, se il grido sopra vi scorre, suonano come una bella musica.”

(Søren Kierkegaard)

 

 

02/09/2019, 07:30

Sessualit



I-cambiamenti-dei-fragili


 



«Ma quando hai iniziato a domandarti se ti sentissi più Martin o più Patricia?» gli chiesi serio quando si sedette sul mio divano.
Erano passati parecchi anni da quando era scappato di casa e si era riappropriato della sua identità. 
Avevo finalmente una confidenza tale da fare una domanda così intima. Lui aveva subito tante trasformazioni, quanti gli sbagli che era convinto di aver commesso e più volte mi aveva fatto intuire che a quella domanda non aveva risposta, ma parlarne gli faceva bene.
Gli occhi di chi fa fatica ad amarsi hanno bisogno di comprensione per sentirsi amati.
«Mi sono perso e ritrovato troppo spesso prima di capire chi fossi. Non mi vergogno ad ammettere di aver chiesto aiuto e di averne trovato di vario tipo. Qualcuno mi ha consigliato la droga, per qualcun altro la soluzione era l’alcool, ma ho preferito farmi ascoltare. Non avevo bisogno di chi mi dicesse che ero malato, bensì che mi spiegassero perché mi sentivo così distante da come ero nato. Non ti negherò che ’malato’ hanno provato a farmi sentire fin da subito. Ci sono ancora tanti pregiudizi sulla mia condizione, un uomo che si sente donna non è normale per gli standard della modernità attuale. Ancora viviamo in un mondo in cui la libertà del singolo viene limitata dalla normalità della massa. La scienza chiama disforia di genere questa condizione, considerata un disturbo mentale fino a pochi anni fa. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. È stato un processo lungo e doloroso, quanto quello che porta chi, come me, si sente incastrato in un corpo sbagliato a ritrovare la serenità. Parlo ancora al maschile perché ancora non sono donna e mi considererò tale solo quando avrò portato a termine il mio percorso. Però una cosa la so e nessuno potrà farmi cambiare idea. Io mi sentivo donna fin da bambino, non so se fosse per l’assenza di mio padre, come hanno detto alcuni, o per le incomprensioni di mia madre, ma è così. Ci sono nato con questa identità e non permetterò a nessuno di credere che una qualche fantomatica cura possa portarmi a ’guarire’. Io non sono malato.»
«Lo so, ma credi abbia pesato il comportamento dei tuoi su questo modo di sentirti diverso?»
«Non più di tanto. Cioè, avrei preferito poter parlare con mia madre e dirle la verità, piuttosto che indossare i suoi abiti di nascosto e sperare che se ne accorgesse e mi facesse qualche domanda. Avrei preferito non temere mio padre tanto da odiarlo. Avrei voluto disponibilità e ho trovato il silenzio. In questo mi sono sempre sentito diverso: nella mancanza di comunicazione coi miei. A farmi male non è stato il sentirmi donna, ma il sentirmi perennemente solo. Quindi, alla fin fine, forse sono sempre stato a metà strada fra la genetica e la coscienza, solo che mi sono riempito di voci per non sentire la mia e non provare paura. Non volevo deluderli...»
«E adesso? Sei felice?»
Mi guardò con perplessità, come se non si fosse mai posto quella domanda.
«Beh, sì. Mi sono riappropriato di me, al di là di qualunque convenzione. Non credere non senta il vuoto della mancanza dei miei genitori, ma ho imparato a farne a meno. Loro non hanno saputo accettarmi, io ho imparato a perdonarli per questo, o meglio a non condannarli.»
Questa volta fui io a guardarlo stranito, sapevo cosa gli aveva fatto suo padre e non capivo come facesse a parlare in quel modo, con quell’indulgenza nella voce. Lui dovette capirmi, ma non aggiunse altro. Mi strinse la mano e sorrise come se niente potesse più turbare l’equilibrio che aveva creato.
Martin aveva accettato di essere Patricia e non aveva bisogno di nessun’altra approvazione per smettere, finalmente, di sentirsi diverso.

Francesco Lisbona


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